UTOPIE DA SLEGARE

di Massimo Vallucci

 

La visione della bellissima fiction televisiva su Basaglia ha avuto il potere (almeno nel mio caso) di riaprire quella zona della memoria dove erano state relegate le idee, il linguaggio, le emozioni, la passione civile e, soprattutto, la determinazione ferrea di non scendere a compromessi fino al conseguimento degli obiettivi, che era propria di un certo periodo storico.

Era il ’68! Poi è stato bistrattato, demonizzato, accusato di aver provocato il terrorismo ecc… ma

Il suo dato fondamentale consisteva nella voglia, quasi la necessità interiore, di rimettere tutto in discussione, a partire dall’organizzazione sociale per arrivare ai legami tra le persone.

Tutti si spaventarono a morte, dalla borghesia del tempo, ai cosiddetti “benpensanti” (non ho mai capito chi fossero queste persone così equilibrate) per finire alla sinistra tradizionale, che prima di cominciare a raccogliere i frutti di questa rivoluzione mancata, brancolò a lungo nel buio.

Non è che voglio fare il nostalgico della mia gioventù, più che altro rimpiango un periodo nel quale avevamo la completa egemonia culturale.

Sono ormai trascorsi quaranta anni, gran parte dei giovani, e ormai delle persone di media età, probabilmente lo accomunano alla Resistenza e ai moti risorgimentali.

Però ci sono cose che non invecchiano e sulle quali converrebbe riflettere.

Quando nella fiction a uno dei “matti” viene offerto di lavorare ad un tornio per rendersi definitivamente “sano” e buon cittadino la risposta è: “passare tutto il giorno davanti a una macchina è come essere ancora legato a un letto di contenzione”. Pensiamo ai braccianti, agli immigrati, a Rosarno, agli operatori dei call-center,… quanti “matti” da slegare ci sono ancora? Quanti manicomi dovrebbero essere chiusi?

E gli operai dell’industria, in specie quelli che svolgono funzioni ripetitive cosa sono? “matti” in libertà vigilata?

Quand’è che la sinistra si porrà il problema della qualità e della quantità del lavoro?

Si dice: ma in questo momento con la crisi e con la disoccupazione fare certi discorsi è da irresponsabili. Ma le crisi sono cicliche e la disoccupazione è funzionale al modello di economia capitalistica. Cosa dobbiamo aspettare? Quando si potranno fare? Era meglio difendere l’occupazione del petrolchimico di Porto Marghera? O battersi per continuare a costruire auto (che non si sa più dove mettere ad inquinare) a Termini Imerese in una fabbrica che ha distrutto completamente un litorale bellissimo? Le persone non hanno bisogno di lavorare, hanno bisogno di guadagnare.

Quello che si deve cercare di ottenere è mantenere invariata la produzione, e quindi i profitti, diminuendo il tempo lavoro, a parità di stipendio, aumentando la produttività attraverso le innovazioni tecnologiche ottenute reinvestendo i profitti. In Francia ci sono le 35 ore e neanche Sarkozy le toglie.

La fantascienza degli anni 50 e 60 prospettava società dove la produzione era affidata a fabbriche automatizzate, si mantenevano solo i lavori creativi e quelli (sempre meno) dove era necessaria la presenza dell’uomo. Che fine hanno fatto? Non mi si venga a dire che l’attuale tecnologia non lo permetterebbe. Certo, non serve finché ci siamo noi schiavi!.

Il Progresso doveva liberare l’uomo dal lavoro e dalla fatica, non arricchire pochi e rendere schiavi gli altri.

Utopie? Si, ma solo perché le teniamo ancora rinchiuse nel nostro privato manicomio.

 

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