LO STATO DELLE COSE

di Massimo Vallucci

 

Alcune considerazioni appena accennate sul nostro stato di “salute”. Sono ovviamente da approfondire e sviluppare.

·         La democrazia.

E’ sufficiente che si voti ogni quattro o cinque anni per definire un paese libero e democratico?

Anche se non fossero presenti le “nostre” patologie: conflitti di interessi, pensiero unico, condizionamenti palesi o occulti di natura culturale, religiosa, finanziaria, sperequazione nella distribuzione della ricchezza, basso livello civico e di partecipazione, sfrenato individualismo e carenza di identificazione collettiva, sono comunque istituzionalmente presenti isole (fabbriche, luoghi di lavoro privati, corpi militari e paramilitari) dove la democrazia è sospesa e solo la capacità di organizzazione sindacale riesce a malapena a mitigare l’autoritarismo. Quale aggettivo dobbiamo quindi aggiungere alla parola democrazia? Limitata, apparente, variegata…?

·         La globalizzazione.

Il Capitale, grazie alla sovrabbondante crescita della sua appendice finanziaria, è entrato in crisi a livello globale e, per continuare le sue attività di natura produttiva e mantenere intatti i profitti (vista la forte concorrenza che prima era schermata dalle barriere doganali e dalle politiche monetarie dei singoli Stati), ha portato fino in fondo il processo di mercificazione del lavoro, diminuendone il costo e aumentando lo sfruttamento (aumento della produttività, a parità di salario, senza innovazioni tecnologiche). Ha separato la merce-lavoro dai diritti dei lavoratori, che, risultano compressi ai minimi livelli, per non disturbare la produzione, diminuendo in questo modo ulteriormente il già carente tasso di democrazia. Si è fortemente ridimensionato anche il livello di mediazione e parziale controllo  (welfare e investimenti pubblici) dei governi dei singoli Stati (tranne le eccezioni dei Paesi economicamente trainanti) che hanno visto diminuire il loro potere contrattuale nei confronti di un Capitale che non è più locale. Anche la  tradizionale socialdemocrazia è entrata in crisi, non potendo più compensare, anche a causa della crisi economica, con le varie tipologie di salario differito locale (welfare), lavoratori di aziende delocalizzate. Il fatto più grave è che i movimenti politici tradizionalmente mediatori e rappresentanti delle esigenze dei lavoratori, o dei ceti meno abbienti, non hanno saputo o voluto rispondere in modo adeguato al livello dello scontro: o perché ormai assuefatti al pensiero unico capitalistico e quindi in cerca di un modo per influire dall’interno sul mercato modificandolo (quando mai?) o perché correttamente in cerca di un modello di sviluppo alternativo che tarda ad appalesarsi e che fa pensare ad “Aspettando Godot”.

·         Che fare?

Nell’occhio del ciclone, in questo momento, si trovano le organizzazioni sindacali, già strutturalmente deboli nei periodi di crisi economica, e ancora di più sotto il ricatto della delocalizzazione. Se non si vuole gestire la propria trasformazione in sindacato para- aziendale per soli scopi di mantenimento del proprio potere, l’unica risposta possibile è quella di accettare la dimensione transazionale del teatro dello scontro. In altri termini è necessario, a mio parere, agire sul doppio livello del contratto nazionale per le industrie locali e di contratti per le singole aziende delocalizzate validi in tutte le nazioni dove esse operano. E’ difficile per molte ragioni. Dal punto di vista tecnico, si potrebbe puntare in una prima fase su un pacchetto salario minimo - diritti inalienabili, validi ovunque. Per salario minimo si intende salario reale minimo, che tiene conto delle differenti economie e costi della vita, e delle diverse forme di salario differito (ad esempio se esiste una sanità pubblica gratuita, o enti assicurativi a carico parziale dell’azienda, tfr o fondi pensione, etc…). Per quanto concerne i diritti inalienabili, il diritto di sciopero, l’agibilità sindacale, il diritto alla salute...

Ma la difficoltà più grande, l’ostacolo maggiore è nella mancanza di solidarietà tra lavoratori di nazioni differenti, nell’assenza di una coscienza di classe, si sarebbe detto una volta, che è tutta da costruire essendo al momento al livello di egoismo e pura ostilità.

·         La necessità di una risposta culturale e politica.

Nell’era della globalizzazione il Capitale vive e prospera sull’egoismo dei singoli e delle nazioni e anche se contiene in sé il germe della propria distruzione, perché alla lunga non si potrà andare a produrre su Marte, non è detto che la sua fine non sia la fine di tutto, che non ci aspetti una grande tragedia: parafrasando si può dire che “La guerra non è altro che la prosecuzione del mercato con altri mezzi”. E’ necessario elaborare al più presto un nuovo modello di sviluppo che non preveda lo sfruttamento e l’avvilimento delle persone e che sia fondato sulla solidarietà. Ma per far questo oltre all’aspetto economico è necessaria l’elaborazione e l’affermazione di una nuova filosofia, che metta al centro l’uomo, la sua dignità, il suo armonico far parte della natura. Un neo-umanesimo ecologista con un’abbondante spruzzata di razionalismo illuminista. Su questo substrato culturale si può innestare e crescere un movimento politico che sappia interagire con il movimento sindacale e costituire il seme di una nuova sinistra.

Buon anno.

 

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