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LA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: di Carlo Loccarini |
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E’, questa, una terminologia del periodo storico che stiamo vivendo poco utilizzata rispetto a quella più nota e più ampiamente diffusa di “globalizzazione”. Io la preferisco, perché il filo rosso del ragionamento che voglio svolgere prende le mosse da considerazioni sulle precedenti rivoluzioni industriali. E poi, il termine “rivoluzione industriale” dà con immediatezza la portata profonda di cambiamenti e di radicali modificazioni. Domandiamoci, allora, come si governò la situazione, pesante e drammatica per il nascente movimento operaio, della rivoluzione industriale della fine del XIX secolo. Si diede vita a Leghe, Partiti, Sindacati. Si creò una controparte forte che difese dallo sfruttamento selvaggio masse di lavoratori e che impose, con grandi lotte, il rispetto di diritti fondamentali ed il riconoscimento della dignità del lavoro. Oggi siamo di fronte ad una rivoluzione ancora più grande di allora, una rivoluzione che investe tutti i Paesi e tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana, con innovazioni scientifiche e tecnologiche che stanno cambiando prodotti e modi di produrre, rapporti sociali ed economici, stile e qualità della vita. Una rivoluzione che, se lasciata guidare dalle dure leggi del capitalismo, allargherà ed approfondirà le grandi contraddizione della Terra. Una rivoluzione, quindi, da governare e da dirigere. Anzi, una situazione da sfruttare per superare le ingiustizie del mondo. E chi può farlo? Ognuno nel proprio piccolo, magari sperando in locomotive che potrebbero non tirare più o piuttosto investirti e schiacciarti? Oppure nuove Leghe, nuovi Partiti, nuovi Sindacati che organizzino tutte le forze avanzate, i movimenti democratici, le Istituzioni, i cittadini in una forte ed appassionata formazione europea e mondiale (ricordate il governo mondiale prefigurato da Berlinguer?) che indirizzi e pieghi il nuovo secondo i bisogni e le necessità degli uomini della Terra? Debbono essere i bisogni e le necessità degli uomini la stella polare di ogni intervento riformatore. Oggi si decide come sarà il mondo negli anni futuri. Saranno le scelte capitalistiche a deciderlo? Quel capitalismo responsabile della più profonda crisi che abbia colpito nazioni e popoli dal ’29 ad oggi, lasciandoli a combattere situazioni personali e familiari di drammatica portata ed urgenza e che aveva già fatto diventare una grande questione sociale la precarietà della vita, l’insicurezza, la negazione ad un lavoro stabile e dignitoso, ad un ambiente vivibile? Dobbiamo farcene carico noi, disegnando il mondo giusto che vogliamo. E’ opinione condivisa quella che fissa al solo 8% il peso del costo del lavoro sul manufatto finito. Non sta , quindi, qui il nodo della questione. Il ricatto della delocalizzazione ha, chiaramente, un'altra finalità: quella di essere minacciato per colpire diritti acquisiti( sciopero, ritmi di lavoro, tempi delle soste, malattie), per, soprattutto, abolire il contratto nazionale di lavoro, lasciando le singole contrattazioni, azienda per azienda, nelle mani di chi è più forte. E’ la modernità, bellezza! Ed intanto licenziano, precarizzano il lavoro. Distruggono e precarizzano la vita di tanti, creando una spirale perversa che va a colpire anche artigiani e piccoli imprenditori. I ricchi lo diventano di più, mentre il numero dei poveri aumenta paurosamente. E’ la modernità, bellezza! L’assenza di diritti dei lavoratori di tanti Paesi poveri determina l’attacco ai diritti dei lavoratori dell’Occidente. Si impongono: uno Statuto mondiale dei lavoratori e una politica industriale finalizzata al soddisfacimento delle necessità degli uomini ed alla salvaguardia dell’ambiente. Si impone che torni a primeggiare sull’economia il ruolo della politica. Una politica che , oggi, arranca, affannata dietro l’economia, che tenta di limitarne i guasti con l’introduzione di tutele ed ammortizzatori sociali (che lasciano fuori milioni di lavoratori precari). Misure di welfare che finiscono con l’essere un parziale correttivo di scelte economiche indiscutibili solo perché imposte dal mercato, mentre dovrebbero essere il supporto di scelte politiche che indirizzano l’economia verso il solo obiettivo che deve avere:l’uomo, i suoi bisogni, i suoi diritti, la sua libertà, le sue aspirazioni. Se non ora, quando? E’ la nostra modernità, bellezze.
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