I VASI COMUNICANTI DI EUGENIO SCALFARI

di Carlo Loccarini

 

 “A Pomigliano comincia l’epoca dopo Cristo” è il titolo che Repubblica dà all’articolo di Eugenio Scalfari di domenica 20 giugno. Il riferimento è alle dichiarazioni di Marchionne che divide la storia in un’epoca dopo Cristo da quella prima di Cristo per la quale, dice, di non avere alcun interesse. Il discrimine sarebbe segnato dalla famosa globalizzazione.

Per spiegare il suo ragionamento, Scalfari utilizza il modello fisico dei vasi comunicanti.

La globalizzazione deve portare al livellamento di tutte “le grandezze economiche”, lo impone il principio capitalistico della produttività. Tra le varie grandezze economiche, l’attenzione di Scalfari si sofferma, in particolare, sui salari. Il dislivello tra i bassi salari dei lavoratori dei “paesi emergenti” e quelli “molto alti”(?) dei “paesi opulenti” dovrà essere colmato, come avviene per i liquidi nei vasi comunicanti.

Ora, a Pomigliano, non si agirà sui salari. A compensazione del sacrificio della Fiat che sposta la produzione della Panda da un paese in cui i salari sono bassi ad uno in cui sono alti, Marchionne vuole livellare le condizioni di lavoro.

Scalfari lo evidenzia con chiarezza, anche se sarebbe stato più giusto mettere l’accento sul fatto che ad essere livellati saranno i diritti (non si parla mai di diritti nell’articolo, al massimo di conquiste), i diritti acquisiti (sciopero, riferimento a principi sanciti dalla Costituzione,rispetto del contratto nazionale di lavoro, soste, malattia…). Con altrettanta chiarezza il fondatore di Repubblica, contrariamente a quanto sostenuto dai sindacati che hanno firmato l’accordo e dai tanti PD e IdV che lo accettano, considera l’intesa non un fatto irripetibile, ma un riferimento certo per tante altre industrie che potrebbero minacciare la delocalizzazione dei loro impianti.

Tuttavia, Scalfari, da buon liberale, riguardo al dopo Cristo di Marchionne, deve concludere che”non si tratta di ricatto ma di dati di fatto e con i dati di fatto è inutile polemizzare”. Quello che può e che deve fare la politica è “impostare un piano globale di redistribuzione del reddito”, ripristinando il metodo della concertazione tra le parti.

L’articolo, che spero di aver bene sintetizzato, mi suggerisce alcune considerazioni:

-               la prima sul ruolo della politica. Stabilito che a governare il mondo deve essere il mercato con le sue regole (tra cui “la necessaria crudeltà della libera concorrenza”), alla politica non resta che mettere in campo iniziative e scelte che vadano a contenere e limitare i danni e i guasti provocati dalle leggi del profitto, motore unico delle economie dei paesi opulenti (la politica ridotta ad essere solo un aggettivo dell’economia, come dice Tronti). Si debbono invertire i ruoli, perché deve essere l’uomo con i suoi bisogni e le sue necessità il riferimento di tutte le scelte;

-               la seconda su questo prima e dopo Cristo. E’ la globalizzazione lo spartiacque? Un dopo Cristo si è verificato anche con la rivoluzione industriale della fine ‘800. La crudeltà del capitalismo era ancora più accentuata di quanto non lo sia oggi. Il ricatto (si, il ricatto dott.Scalfari) della riserva inesauribile di manodopera era sempre presente, ma il nascente movimento operaio diede vita a partiti, sindacati e attraverso lotte e sacrifici inenarrabili conquistò diritti e dignità (che conta più dei soldi). E’ un prima  che non interessa Marchionne, ma si capisce che se potesse lo cancellerebbe. Oggi la globalizzazione è di portata mondiale? Questo dovrebbe essere, allora, il livello anche di nuovi partiti e sindacati (ricorda Berlinguer?)

-               i diritti non seguono la regola dei vasi comunicanti, non dovrebbero esistere un di meno e un di più di diritti. Il baratro attuale va colmato alzando il di meno, non abbassando il di più;

-               interessa a qualcuno il destino degli operai polacchi privati degli stabilimenti Fiat? E’ la vecchia, ignobile guerra tra poveri. Crudeltà necessaria? Grido il mio profondo e non rassegnato dissenso.

 

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