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I POSTULATI DECIDONO LA POLITICA? di Carlo Loccarini |
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Un postulato, afferma la matematica, è un enunciato non dimostrato e non dimostrabile, assunto, a priori, come vero e sul quale si basa ogni possibile conseguente ragionamento. Nel mondo politico e sindacale si dice: “La globalizzazione ha cambiato il mondo, deve cambiare anche il lavoro” oppure “La sinistra è conservatrice” o ancora “E’ finita la lotta di classe”, “Sono scomparse le ideologie”, “Meno Stato e più mercato” e così via. Noi i postulati li lasciamo alla scienza. Sulle cose di questo mondo preferiamo ragionare, non dando niente per scontato. La globalizzazione è un fenomeno, conseguente a grandi innovazioni tecniche e scientifiche, che ha abbattuto confini e barriere, soprattutto in campo economico, e ha aperto la strada ad una crescita inarrestabile di scambi commerciali, a planetarie operazioni finanziarie, ad un mercato mondiale di produzione e consumo di beni e di prodotti. Allora, se è giusto dire che la globalizzazione ha cambiato il mondo, quale passaggio logico giustifica il farne conseguire che deve cambiare il lavoro? E come? Se a governare il mondo non è la politica, ma il totem del libero mercato, del quale la politica è schiava, si sa come si intende che il lavoro debba cambiare La flessibilità e la precarietà ci ricordano come è già cambiato Ma non bastano l’11% di disoccupati, la marea di cassaintegrati, la sempre più numerosa schiera di nuovi poveri e le sofferenze che tutto questo comporta? La globalizzazione ha rotto la diga del rispetto, dei diritti e della dignità dei lavoratori e in campo aperto scorazza “la necessaria crudeltà della libera concorrenza”(Scalfari: Repubblica del 20 giugno). Quindi si delocalizza, o, in modo più sfacciatamente subdolo, si minaccia di delocalizzare se…. Finchè nel mondo ci sarà qualcuno da sfruttare, trionferanno prepotenze e ricatti. E’ vero CISL?. E’ vero UIL? E’ vero PD? Incredibile è che si utilizzino strumenti della democrazia per avvalorare manovre prepotenti ed arroganti. Infatti, sentenziano: “Decideranno i lavoratori con un referendum”. Non vale già più che il voto sia libero da ogni condizionamento e ricatto. Si minano le basi della democrazia. Cedere, come è successo a Pomigliano dove, comunque, il 40% dei lavoratori, nonostante tutto, ha detto NO, significa non aver capito il messaggio fortissimo di resistenza di questi lavoratori, significa ritornare ad epoche lontane del conflitto sociale. Significa, quindi, che bisogna riprendere una battaglia, perché conquiste che sembravano definitivamente acquisite vengono, oggi, rimesse in discussione. La scomparsa delle ideologie è il paravento retorico dietro il quale si nasconde il dominio assoluto delle crudeli, e totalmente incontrastate, leggi del capitalismo: crisi drammatiche per tanti, sempre più ricchezza per pochi (il 47% delle risorse del nostro Paese è in mano al 10% della popolazione). Il pensiero non può non riandare alla situazione, tremendamente pesante, dei lavoratori della fine del 1800. C’è tanta differenza tra le donne e i bambini schiavizzati di allora e le donne chiuse in uno scantinato a fare maglioni per 12 ore al giorno e per salari di fame e i bambini che cuciono palloni in Thailandia? Tra i lavoratori delle miniere descritti da Zola e quelli cinesi o cileni di oggi? Tra i contadini della fine di quel secolo (e oltre) e gli extracomunitari sfruttati nelle nostre campagne? Tra le navi di emigranti italiani e le carrette di donne ed uomini dei Paesi più poveri del mondo, alla disperata ricerca di possibilità di vita? Allora nacquero partiti e sindacati che, con lotte durissime, imposero il rispetto di diritti fondamentali ed il riconoscimento della dignità del lavoro. Oggi, in piena globalizzazione, servono nuovi partiti e nuovi sindacati di dimensioni europee e mondiali (ricordate il governo mondiale auspicato da Berlinguer?), servono nuove lotte per imporre rispetto e dignità per tutti gli uomini della Terra (le lotte dei lavoratori hanno portato sempre sviluppo, benessere, coesione sociale e hanno conquistato e difeso la democrazia). Una ideologia deve tornare in campo: è quella che ha per valori la pace, la libertà, la giustizia sociale, l’uguaglianza, la solidarietà. Quella che ha al suo centro l’uomo: i suoi diritti, i suoi bisogni, le sue necessità, il suo ambiente, i suoi doveri. Altro che postulati. E’ questa la nostra politica, la nostra modernità.
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