DA MENENIO AGRIPPA A BERLUSCONI

DAI TRIBUNI DELLA PLEBE ALLA CGIL

di Carlo Loccarini

 

Nella sua “Storia di Roma”, Tito Livio narra che nel 494 a.C. lo scontro tra patrizi e plebei raggiunse il suo massimo punto di rottura.

I plebei, stanchi delle vessazioni alle quali erano sottoposti, privati di ogni rappresentanza, diremmo oggi, istituzionale, certi di finire schiavi dei ricchi patrizi per debiti che sarebbero stati impossibilitati ad onorare, nonostante che potenti truppe dei Volsci devastassero il territorio di Roma e minacciassero la stessa città, si ritirarono sul Monte Sacro, in quello che potremmo chiamare il primo sciopero generale della storia. Il tempo stringeva, il nemico era alle porte, ma la plebe si rifiutava di rispondere alla leva. “Ci pensassero i patrizi a difendere la città”. “Irresponsabili, traditori della Patria”, urlavano i Senatori, la casta di allora.

Ci volle il forte carisma del console Menenio Agrippa che, con il suo famoso apologo sulla necessaria collaborazione delle membra e dello stomaco per la sopravvivenza del corpo umano, convinse la plebe a smettere lo sciopero, a tornare in città, a combattere i Volsci, che vennero sbaragliati e sconfitti. Da quel giorno, però, la plebe ottenne di poter eleggere due alti magistrati a sua difesa: i tribuni della plebe.

Morale dell’apologo è che con la discordia si muore e con la concordia si rimane in salute.

Oggi, 2500 anni dopo, resta ancora una forte disparità sociale ( in Italia il 10 % della popolazione possiede il 50 % della ricchezza della nazione e il divario è in serio aumento), resta il fatto che nei periodi di emergenza la possibilità di uscire dalle crisi è fatta ricadere, in proporzioni invertite, sulle spalle di chi possiede redditi medio-bassi.

“I ricchi sono pochi” si dice. “E’ nell’altra ampia fascia di cittadini che bisogna intervenire”. (Quindi, invece di operare per trovare un equilibrio tra le due categorie, con una più giusta redistribuzione delle ricchezze, è il riferimento proprio alla disparità di numero il motivo di un ulteriore privilegio). Perciò, niente tassa patrimoniale, nessuna equità nella manovra. Anzi, si valuta questa situazione di grande difficoltà per colpire diritti dei lavoratori (art.8, libertà di licenziamento, congelamento del TFR, non conteggio del riscatto degli anni di università e del periodo militare per l’anzianità della pensione, meno servizi per i tagli agli enti locali….).

Gli attuali tribuni della plebe, la CGIL, dichiarano con urgente immediatezza ed insindacabile necessità lo sciopero generale (CISL e UIL non sono d’accordo? L’unità sindacale è un bene, ma non al prezzo di rinunce impossibili. Se non ora, quando, la più forte delle proteste?).

Incredibile come la storia possa ripetersi. Mettete il mercato e gli speculatori finanziari al posto dei Volsci, sostituite al minaccioso assedio di Roma dei Volsci la crisi che rischia di mettere in ginocchio il Paese, fate rivivere nella CGIL, che proclama lo sciopero generale, gli antichi tribuni della plebe, notate la perfetta sintonia degli slogan. Da una parte: “Noi la crisi non la paghiamo, pensateci voi ricchi per una volta” e dall’altra: “Irresponsabili, traditori della Patria”.

 Ma qualcosa di diverso deve esserci per forza ed è fortemente punitivo nei nostri confronti rispetto agli antichi romani: Berlusconi non è Menenio Agrippa. Per vari motivi. Il Console romano è morto quasi in povertà l’anno dopo, alla fine del suo mandato ( e qui si potrebbe generalizzare). In più, Berlusconi ed il suo governo seminano, a piene mani, discordia e contrapposizioni e, come si è detto, di discordia si muore. (Il Presidente Napolitano ha più le sembianze del Console. Ma i suoi accorati appelli alla concordia cadono inascoltati su un governo di incapaci e di prepotenti).

Morale: la Roma di Menenio Agrippa si preparava a conquistare il mondo, Berlusconi ha portato l’Italia sull’orlo di un baratro.

Ci vediamo il 6 settembre con la CGIL e il primo ottobre con SEL.

 

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